In Italia le piccole e medie imprese sono tassate più delle grandi imprese

Sempre più tasse, che penalizzano gli investimenti e la ricerca. E’ quanto emerge da un sondaggio condotto da Confartigianato insieme con l’istituto Ispo su un campione di imprenditori artigiani, condotto tra il 6 il 12 dicembre. I numeri dicono che il 74% delle imprese, pari a 1.067.214 aziende, negli ultimi 12 mesi ha registrato una pressione fiscale in rialzo in media del 22,6%. E il sondaggio mette in luce le pesanti conseguenze della crescita della pressione fiscale: il 33% degli imprenditori è stato costretto a ritardare il pagamento dei propri fornitori, mentre il 29% ha dovuto rinunciare a fare investimenti in azienda. Per il 26% delle imprese l’accresciuto peso del fisco ha causato ritardi nel pagamento di alcune imposte.

Per le piccole e medie imprese italiane la tassazione si sta trasformando in un incubo sempre più forte e anno dopo anno il peso aumenta inesorabilmente.

Quasi sei imprese su dieci sono costrette a chiedere prestiti per pagare le tasse. Ancora una volta, naturalmente, le più esposte in questo senso sono le piccole e medie imprese. Come emerge dall’indagine di Ispo-Confartigianato, chi non chiede il finanziamento è comunque obbligato a presentare una richiesta di dilazione di pagamento al fisco.

Questo comune destino coinvolge 615mila aziende italiane, mentre sono 40mila gli imprenditori che non potranno pagare le tasse per mancanza di liquidità. Il 26 per cento delle imprese, poi, è costretto a pagare in ritardo a causa del peso crescente del fisco.

Naturalmente, il ritardo nei pagamenti al fisco si porta dietro anche altre conseguenze gravi. Il 33% degli imprenditori ha dovuto ritardare il pagamento ai fornitori, il 29% ha dovuto rinunciare a fare nuovi investimenti. E ancora: il 16% ha rinunciato ad acquisire nuovo personale, il 14% ha dovuto licenziare o ricorrere agli ammortizzatori sociali.

C’è però una discordanza tra le stime effettuate e pubblicizzate sui giornali e la situazione reale.

Le stime ufficiali dicono che, nel 2012 la pressione fiscale effettiva o legale in Italia, cioè quella che mediamente e’ sopportata da un euro di prodotto legalmente e totalmente dichiarato, e’ pari al 55%. Lo indica l’Ufficio studi di Confcommercio, precisando che si tratta di un record mondiale assoluto, e che la pressione fiscale apparente e’ al 45,2%.  Nel 2013, secondo Rete Imprese Italia, si raggiungerà quota 56,1%, rispetto al 46,3% della pressione fiscale apparente.

Se si somma poi questa pressione fiscale alla situazione della burocrazia italiana, che richiede 120 adempimenti fiscali e amministrativi all’anno, e al sistema del credito che ha ridotto di 32 miliardi l’erogazione di finanziamenti alle aziende, non c’è da meravigliarsi dunque del dato negativo che riguarda le imprese. In Italia sono state infatti 100 mila le imprese chiuse nel 2012 rispetto al 2011, in pratica la media di una al minuto. Il saldo tra mortalità e natalità delle aziende artigiane e di servizi di mercato più manifatturiere e costruzioni porta la somma a 100mila aziende “scomparse”.

Anche se i dati ufficiali indicano una pressione effettiva oltre il 55%, nella realtà, la pressione fiscale per le micro piccole imprese, è molto più alta, tanto da superare, in certi casi, anche il 100% dell’utile netto.

Le stime ufficiali forniscono la media di tutte le aziende, ma la tassazione favorisce le grandi imprese e penalizza le micro e piccole imprese.

Complessivamente il 99,9% delle imprese italiane appartiene alla categoria delle PMI e solamente lo 0,1% alla categoria delle grandi imprese, quelle che occupano dai 250 dipendenti in su. Sono quindi le PMI ad essere la spina dorsale del paese, considerato che assorbono il 79,9% dell’occupazione contro il 20,1% della grande impresa. Ed esportano il 55,7% del prodotto; in sostanza il 71% del PIL deriva dalle PMI.

Dopo aver analizzato l’importanza delle PMI andiamo a verificare il “TAX RATE”, reale delle PMI, rispetto alle Grandi Imprese.  Quando parlo di “tax rate”, mi riferisco alle imposte IRES E IRAP, calcolate sull’utile prima delle imposte.

Una ricerca eseguita nel 2008 dal gruppo giovani CONFAPI su un campione di 1.044 piccole e medie aziende in tutta Italia, ha rilevato che il 28% del campione ha un “tax rate”  tra il 50% e il 75%, il 22% tra il 75% e il 100% e il 15% un “tax rate” addirittura superiore al 100%.

Un’altra inchiesta, effettuata nel 2010 dalla “CONFAPI PMI PARMA”, ha rilevato che il 33% delle aziende selezionate presenta un “tax rate” superiore al 100% e il 16% ha pagato ugualmente le tasse nonostante chiudesse l’esercizio in perdita.

Il dato impressionante è che, nel periodo 2007 2009 sono aumentate le imprese in perdita prima delle imposte (dal 3% al 16%) che hanno pagato ugualmente le tasse.

Molte PMI si sono indebitate per pagare le tasse e poi su questo stesso indebitamento l’anno dopo hanno dovuto pagarci pure altre tasse.

E le Grandi Imprese?

Secondo i dati Fonte R&S Mediobanca (dal Sole24ore del 10/08/2010) il “tax rate” (Ires+Irap/Utile) sui bilanci 2009 è stato per la  Prysmian il 25%, per Enel il 28%, per Mediaset e Campari il 32%, per Atlantia il 33% e per Eni il 56%.

Direi che i dati si commentano da soli. E poi, non ci si è mai chiesti perché le grandi imprese vedono favorevolmente l’IRAP? Secondo sempre fonte R&S Mediobanca l’incidenza dell’irap sul totale delle tasse, va dall’ 8,9% di Campari al 25,6% di Mediaset. Mentre per le PMI il 52% del campione selezionato da “CONFAPI” l’IRAP incide dal 50% al 100% sul totale delle tasse.

In questa situazione, la riforma fiscale rappresenta oggi, uno dei passaggi chiave per ridare slancio alla crescita del paese. L’auspicio è che nel prossimo futuro, si possano veramente gettare le basi per arrivare ad una riforma fiscale che sia organica e condivisa. Una riforma fiscale che abbia tra i suoi principali obiettivi, quello di condurre ad un prelievo equo, efficiente e coerente, senza dimenticare la semplificazione del sistema tributario.

Naturalmente, per arrivare a riformare il fisco, si deve affrontare il nodo del debito pubblico e della spesa corrente, perché è da qui che dovranno essere recuperate le risorse necessarie per riscrivere le nuove regole.

Occorre evitare, come si è fatto in questi anni, di andare avanti a colpi di riforme disorganiche trasformando il fisco in un vortice impazzito nel quale alla fine nessuno più ravvisa quel senso di equità che renderebbe per il cittadino, meno amara l’obbligazione tributaria e meno complicato il rapporto tra contribuente ed erario. Pertanto anche nel sistema tributario va garantita la certezza delle regole per rilanciare la fiducia. Serve infine fermezza nella lotta all’evasione, senza dimenticare la giustizia tributaria, evitando di pensare solo alla riscossione dei tributi. (vedi da un lato l’accanimento dell’Erario verso il contribuente e dall’altro Equitalia).

Articolo di Antonello Cattelan (tratto dal sito ufficiale di “Io amo l’Italia”)

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